Un anno di Beatles – 12

settembre 5, 2011 by Daniele Bazzani

«And in the end, the love you take, is equal to the love you make»

L’ultimo capitolo di una saga così intensa, ricca di colpi di scena e che ha cambiato per sempre il mondo della musica, non poteva che essere straordinario. Non si poteva certo chiudere con un disco raffazzonato e messo insieme da un produttore che mai aveva lavorato con i Beatles, serviva qualcosa che avrebbe lasciato un segno, per sempre. E quel segno arrivò.
Si chiamava Abbey Road.
Il nome dello studio di registrazione si rifaceva a quello della via, che è entrata nella storia dalla porta principale, forse per caso. Sembra che la pigrizia nel fare le foto per la copertina li avesse portati ad uscire davanti agli studi di registrazione, a provare qualche scatto improvvisato. Quel modo di attraversare sulle strisce pedonali in maniera disinvolta, quasi stanca, divenne un simbolo incancellabile. Invece di andare fino in India, come qualcuno aveva suggerito, si preferì scendere in strada e usare la prima cosa disponibile, il passaggio dei pedoni. Quando si dice avere la soluzione a portata di mano!

La tracklist è perfetta e non verrà da noi modificata in alcun modo, ci limiteremo a segnalare il singolo che uscì prima dell’album, “The Ballad of John and Yoko” / “Old Brown Shoe”. Il lato A era un brano di Lennon registrato con il solo McCartney, sul quale i due suonarono tutti gli strumenti, il retro era di Harrison.
Elenchiamo i brani separando le facciate, perché all’interno della seconda si trova un lungo medley di brevi canzoni (da “You Never Give Me Your Money” a “The End”):

1. Come Together
2. Something (Harrison)
3. Maxwell’s Silver Hammer
4. Oh! Darling
5. Octopus’s Garden
6. I Want You (She’s So Heavy)

7. Here Comes the Sun (Harrison)
8. Because
9. You Never Give Me Your Money
10. Sun King
11. Mean Mr. Mustard
12. Polythene Pam
13. She Came In through the Bathroom Window
14. Golden Slumbers
15. Carry That Weight
16. The End
17. Her Majesty

Per alcuni, Abbey Road è il lavoro della maturità, il più bello, intenso, e chiude con onore un’avventura incredibile. Non si fatica a metterlo in cima della lista delle proprie preferenze: Harrison partecipa con due dei suoi brani più importanti, John e Paul fanno a gara per chi scrive la canzone migliore, il medley del secondo lato è qualcosa di memorabile, difficile anche solo considerarlo come un medley, sembra un’opera a sé.
I Beatles chiamarono George Martin, che pensava non avrebbe mai più lavorato con loro, e gli chiesero di produrre il disco. Lui rispose che lo avrebbe fatto solo se si fosse lavorato alla vecchia maniera, e lo avessero lasciato fare davvero, senza insulti, litigi e altro. E così andò.
Cosa si può riassumere di questo disco? La sola apertura, con i due brani del singolo di cui furono entrambi il lato A, vale l’acquisto: “Come Together” è un brano di matrice blues composto da Lennon e suonato negli anni da migliaia di musicisti di tutto il mondo; “Something” è una delle più belle canzoni di Harrison.
“Oh! Darling” è stata cantata da Paul decine di volte prima di essere soddisfatto. Arrivava in studio un’ora prima degli altri ogni mattina e la registrava come prima cosa, chiudendo sempre con la stessa frase: «Cinque anni fa l’avrei fatta in un attimo». E ne valse la pena, perché la sua performance vocale è superlativa: difficile sentire un uomo cantare meglio di così, per non parlare della canzone che è bellissima.
Sul disco c’è anche una delle prime apparizioni del Moog, il famoso sintetizzatore che tanto venne usato negli anni successivi. La bravura del gruppo nel non farsi ‘usare’ dalle macchine, limitando l’utilizzo di suoni nuovi allo stretto necessario, fa capire quanto fossero superiori a ciò che li circondava: tutto era funzionale alla causa, nulla era indispensabile.
Il finale di “I Want You (She’s So Heavy)” – che è uno dei pezzi più lunghi da loro registrati – è tagliato bruscamente e chiude il primo lato del vinile: fu un’idea di John, che non trovava il modo di sfumare come voleva, piuttosto audace per l’epoca.
E il medley del secondo lato con tutti quei piccoli capolavori appiccicati uno all’altro: molti furono scritti con già in testa l’idea complessiva, e alcuni passaggi da un pezzo all’altro sono incredibilmente ben fatti.
Poi abbiamo Ringo che suona un assolo (odiava farli) per la prima e unica volta, sull’ultima canzone suonata insieme, quella “The End” che vede gli altri tre suonare degli splendidi assoli di elettrica scambiandosi il ruolo a turno.
Per non dire della chiusura di “Her Majesty”: il brano era stato scartato da Paul (in origine si trovava dopo “Mean Mr. Mustard” nel medley) e attaccato in fondo all’ultimo nastro dal tecnico John Kurlander, che pensò fosse meglio non buttare via nulla. Lasciò quattordici secondi di nastro vuoto e attaccò la breve canzone acustica di Paul. Il taglio era poco preciso, all’inizio del brano c’era ancora l’ultimo accordo di “Mr. Mustard” come ancora oggi si sente. A Paul forse piacque ritrovare quella canzone scartata in fondo a tutto, quando nessuno se la sarebbe più aspettata, e fu lasciata dove era. Oggi le cosiddette ghost tracks sono un classico, ma allora no di certo! Ancora il caso, sfruttato a loro favore.

Chitarra elettrica

La tendenza post Sgt. Pepper’s venne mantenuta e le chitarre ebbero uno spazio notevole: già dal primo brano si capisce che aria avrebbe tirato, sia la parte ritmica che solista di “Come Together” sono pressoché perfette. “Something” vede Harrison suonare uno degli assoli più intensi della sua carriera, mentre “Oh! Darling” si apre con un efficace accordo di quinta aumentata e tutto il brano è sorretto da una splendida parte arpeggiata di chitarra elettrica.
Si giunge quindi alla lunghissima “I Want You (She’s So Heavy)” per la quale John e George vollero creare un vero e proprio muro di chitarre, continuando a sovraincidere parti su parti sul finale che era davvero avanti – come spesso accadde con le loro cose – rispetto ai tempi: con il passare dei minuti il brano aveva un andamento sempre più pesante, aprendo la strada a tanta musica che sarebbe venuta in seguito.
Sul secondo lato l’intero medley è dominato dalle chitarre, fino ad arrivare al finale. “The End” vede i tre chitarristi scambiarsi brevi assoli in una maniera che risulta sorprendente: difficile capire chi suoni cosa, quello che è certo è che la qualità degli assoli – a modo loro – è altissima, facendo capire a tutti che i Beatles, così scarsi come venivano dipinti, non erano di certo.

Chitarra acustica

L’introduzione di “Here Comes the Sun” di George Harrison è una delle cose più famose mai suonate con una chitarra acustica. Il capotasto posizionato al settimo tasto mentre George suona le posizioni di Re maggiore (ma il brano è in La) conferisce un timbro squillante davvero unico: provando a suonare la stessa parte con il capotasto leggermente più indietro, si toglie la magia che conosciamo, provare per credere.
Ritroviamo un’acustica importante solo sul finale, su quel brano praticamente scartato: Paul McCartney si accompagna alla sua maniera su “Her Majesty” chiudendo, con la sola chitarra e voce, l’avventura più straordinaria della musica pop.

Arrangiamenti
Il disco è molto ‘suonato’, non abbiamo più quei momenti in cui elementi della band dovevano ingannare il tempo mentre gli altri lavoravano da soli: la struttura stessa delle canzoni permette alla band di esprimersi al meglio, basso e batteria fanno da supporto nella maggior parte delle canzoni, con le chitarre a ricamare parti arricchite ora dal pianoforte ora dagli archi o dalle voci.

Voci
Basterebbe citare la meravigliosa “Because” per avere un’idea di cosa possa essere una parte vocale: siamo probabilmente al momento più alto delle loro esecuzioni. Il pezzo, straordinario, fu ispirato a John da Yoko che suonava Beethoven. Lui le chiese di suonare gli accordi al contrario e scrisse questo capolavoro. Pare che George Martin arrangiasse le voci mentre i tre cantavano in studio: non ve ne è certezza, ma non sarebbe così strano, quel che è certo è che le tre voci vennero triplicate per suonare come nove cantanti.
Tutto il medley sul secondo lato è caratterizzato da interventi vocali importanti: “You Never Give Me Your Money” è ricca di voci, “Sun King” è tutta cantata armonizzata, bellissimi i tappeti vocali su “Polytheme Pam” e “She Came In Through the Bathroom Window”, la chiusura affidata alla evocativa “The End” è completata da una bella armonizzazione, come a chiudere definitivamente un capitolo di storia.


I pensieri di Winston


di Davide Canazza

Abbey Road è un album realizzato con impegno e serietà, dopo le travagliate session di quello che sarebbe diventato Let It Be. George Martin torna a produrre il quartetto e la musica cambia.
La qualità globale delle canzoni non è, secondo me, eccelsa, pur essendoci alcuni brani da antologia. Ma a rendere un altro capolavoro questo LP è la coralità, la qualità degli arrangiamenti e la ricchezza di suoni. Insomma la maturità dei Beatles è espressa soprattutto negli arrangiamenti, nel confezionare un prodotto omogeneo e maturo dal punto di vista musicale.
Per quanto riguarda la qualità delle canzoni, questo è sicuramente l’album di Harrison. Le sue “Something” e “Here Comes the Sun” sono così belle da costringere il suo autore, a causa della regola non scritta che lo costringeva a non mettere più di due pezzi suoi per ciascun album, a lasciar fuori addirittura “Old Brown Shoe” (pubblicata come singolo) e “All Things Must Pass” (inclusa come title track nell’omonimo triplo LP da solista).
Certo anche il medley del lato B è un altro capolavoro, ma solo se considerato nel suo insieme, mentre le otto canzoni che lo compongono – prese da sole – non reggono certo il confronto con pezzi memorabili come “Come Together”, “Oh! Darling” o “Because”.
Come dicevamo, gli arrangiamenti strumentali e vocali conferiscono a questo lavoro un plusvalore notevole. L’armonia tra i quattro è ritornata e l’intesa musicale è al massimo: basta ascoltare una versione jazzata di “Ain’t She Sweet”, improvvisata durante le session, per rendersi conto del livello di capacità musicale di John, Paul, George e Ringo.
Nei brani registrati durante le session per l’album, troviamo i quattro sempre pronti a scambiarsi i ruoli e gli strumenti. A parte il futuro singolo “The Ballad of John and Yoko”, che è registrato dai soli Lennon e McCartney, poiché gli altri si trovavano ancora in vacanza (Paul suona la batteria, il basso e il piano, John le chitarre), in quasi tutti gli altri brani c’è sempre lo zampino di ciascuno dei Beatles.
Harrison abbandona la Telecaster in palissandro e torna ad utilizzare la sua preferita, la Les Paul del 1957 ribattezzata ‘Lucy’. Le foto delle session dimostrano comunque che George ha suonato alcune parti anche con la sua Epiphone Casino. Come acustica predilige la Gibson J-200. John suona le parti elettriche esclusivamente con la sua fedele Casino, mentre per quelle acustiche alterna la Martin D-28, la Gibson J-160E (riportata a colorazione naturale con tanto di caricatura di lui e Yoko sulla cassa) e la Framus 12 corde.
Paul alterna i suoi tre bassi: il vecchio ed inesauribile Hofner, il ritrovato Rickenbacker 4001 (anch’esso sverniciato) e il Fender Jazz Bass.
Sul versante amplificatori ormai ci si è stabilizzati sui Fender: Twin Reverb per le chitarre, Bassman 50W per il basso.
In “Come Together” la base ritmica è suonata da Paul al basso, Ringo alla batteria e George alla chitarra ritmica di sottofondo, per permettere a John di cantare la voce guida senza distrazioni. In seguito sono state aggiunte le chitarre soliste della parte centrale (John e George assieme) e l’assolo finale di Harrison. Infine è inserito anche un piano elettrico suonato da McCartney.
Su “Something” ci sono le elettriche di Lennon e Harrison (quest’ultima collegata a un ampli Leslie) che suonano assieme le parti ritmiche. L’assolo è naturalmente di George, suonato da coricato, mentre Paul incide in un secondo tempo il caratteristico giro di basso, andando a sostituirne un altro molto più scarno suonato in presa diretta.
La splendida chitarra solista country-rock di “Octopus’s Garden” è di Harrison, mentre Lennon suona la ritmica arpeggiata.
In “I Want You (She’s So Heavy)” le chitarre sono in quantità abbondante e incalcolabile, frutto di aggiunte su aggiunte suonate da John e George allo scopo di creare un vero e proprio muro di suono nella parte arpeggiata del finale. L’assolo introduttivo è sicuramente di Harrison, la chitarra solista che raddoppia la voce ed esegue l’assolo centrale è senza dubbio di Lennon, che suona col pickup al manico per passare su quello al ponte (si sente chiaramente il click del selettore) per la parte arpeggiata suonata all’unisono con George.
Anche in “You Never Give Me Your Money”, forse il brano con l’arrangiamento più interessante ed emotivo di tutto l’album, Lennon si diletta come chitarrista solista. Sue sono le note di sottofondo dell’introduzione di piano; nella parte centrale, quella dove la voce canta «oh, that magic feeling», è George ad eseguire l’arpeggio con la chitarra collegata a un Leslie e raddoppiata da delle campane, su una sequenza di accordi di Sib/Fa/Do ripetuta due volte. Da rimarcare il fatto che l’incisione originale durava oltre i cinque minuti, con un lunghissimo assolo finale di Lennon poi accorciato nel fade out. Sotto la parte cantata «One sweet dream», la chitarra solista è sempre quella di Lennon che si sovrappone alla ritmica di Harrison. Infine si giunge alla coda in cui parte l’arpeggio effettato (con il Leslie) di George, su cui John suona l’assolo finale accompagnato dal coro che canta la frase «One, two, three, four, five, six, seven, all good children go to heaven». La canzone sfuma in un frinire di grilli per mixarsi con «Here come the Sun King».
Nella sezione del medley “Polythene Pam” – “She Came In through the Bathroom Window”, Lennon suona l’acustica 12 corde e Harrison l’elettrica con cui esegue l’assolo.
Degno di nota, dal punto di vista chitarristico, è la sequenza di parti soliste suonate da Paul, George e John in “The End”. Proprio come per volersi congedare dal pubblico, la canzone offre la possibilità di un assolo ciascuno ai quattro Beatles. Inizia Ringo con un solo di batteria lungo circa 35”. Dopo una sequenza di accordi di La7 e Re7 scandita dal coro «Love you», iniziano le diciotto battute di chitarra solista. Due battute a testa per tre volte consecutive: parte Paul, poi George e quindi John; nello stesso ordine, altre due volte. All’ascolto sembrerebbero suonati con le stesse chitarre, il che ci porterebbe ad ipotizzare che abbiano usato ognuno la propria Epiphone Casino.
L’assolo di chiusura, sulla sequenza Do/Re/Mib/Fa/Do, è chiaramente di Harrison.


Ho visto i Beatles dal vivo – 6


di Dennis Conroy

The Cavern, 1961

Guardo gli Echoes, gruppo formato per accompagnare, fra gli altri, Jerry Lee Lewis e Gene Vincent, mentre assistono allo show nella prima saletta alla sinistra del palco. Li ho visti all’inizio dell’anno all’Isola di Man come gruppo di uno dei tour di Larry Parnes. Accompagnavano gente del calibro di Johnny Gentle, Vince Eager e il favoloso ma sottostimato Dickie Pride; suonavano come gli Shadows ed erano davvero ottimi musicisti.
Stasera sono il gruppo di punta e hanno fornito una prestazione entusiastica all’educato pubblico del Cavern. I Beatles sembrano mettere anche più del solito nella performance di questa sera. Forse scocciati dal fatto di non essere il nome principale in cartellone, o forse solo per la sfida portata dalla presenza di un gruppo ‘londinese’: qualunque cosa fosse, gli Echoes stavano a bocca aperta davanti a un gruppo che avrebbe cambiato la storia della musica per sempre.
Il brano seguente è “Sure to Fall (In Love with You)” (1) pezzo country di Carl Perkins, seguito da “Keep Your Hands off My Baby” (2) di Little Eva. Più avanti, dopo un viaggio a Londra, i Beatles inseriranno in repertorio “Locomotion”, sempre di Little Eva, e “I Remember You”, brano di alta classifica di Frank Ifield. La cosa fu spiegata una sera da Paul quando disse che avevano dovuto imparare questi brani per dei concerti a Londra, sottintendendo che il pubblico londinese non era ‘cool come noi’!
Dopo la loro versione di “Money” (3) di Barret Strong, i Beatles si fermano per celebrare un compleanno molto speciale, il ventesimo di Paul.
Una torta con le candeline viene portata al centro del palco e, dopo che il tradizionale “Happy Birthday” si è placato, George, alla sua buffa maniera, ci informa di essere rimasto «l’unico Beatle adolescente». Visto che il pubblico era in gran parte composto da giovanissimi, era il suo modo di comunicarci di essere ancora uno di noi.
Al termine delle celebrazioni il gruppo si lancia nell’esecuzione di “P.S. I Love You” (4). Questo era uno dei pezzi più richiesti al Cavern e si pensava che sarebbe stato il lato A del loro primo singolo. Stranamente non se ne conoscono registrazioni dal vivo. I Beatles comunque dimostrarono, con la scelta di “Love Me Do” come lato A, di non seguire le opinioni della gente ma la propria strada.
“P.S. I Love You” è seguita dalla fantastica “Shimmy Shimmy Shake” (5), una delle più grandi canzoni rock’n’roll di sempre, registrata dagli Olympics come “I Wish I Could Shimmy Like My Sister Kate”. Ciò a dimostrazione del talento dei Beatles nello scovare oscuri pezzi R&B americani per poi farli loro.

The Cavern, 1963

Ringo è in forma stasera, dopo una stancante sessione all’ora di pranzo filmata dalla Granada TV. Una settimana dopo l’uscita di Pete dalla band, Ringo suonava con i Beatles e il concerto fu rovinato da alcuni amici di Pete, che erano al centro del club e urlavano «Vogliamo Pete» e altri frasi non proprio di questo tono.
“Please Don’t Ever Change” (6) dei Crickets e “Baby It’s You” (7) delle Shirelles rallentano il ritmo prima che il ‘Reverendo Lennon’ annunci “I’m Gonna Sit Right Down and Cry” (8), una cover di Elvis. John mostrava spesso il suo amore per l’assurdo, annunciando canzoni in uno stile da predicatore, guardando sopra le teste del pubblico e facendo il segno della croce con le dita divertendo tutti.
La “Hippy Shake” (9) di Paul, “Roll Over Beethoven” (10) di George e la meravigliosa “Long Tall Sally” (11) di Paul portavano l’eccitazione ai massimi livelli, prima che il gruppo chiudesse con la celebre “Twist and Shout” (12) degli Isley Brothers.
Dopodiché era finita. Niente falsi bis, solo il DJ Bob Wooler che ci diceva chi fosse questo fantastico gruppo, mettendo un disco di preparazione al cambio di palco per il gruppo successivo.
Individualmente John, Paul, George, Pete e Ringo erano grandi, insieme erano assolutamente unici.

1. Sure to Fall (Live At The BBC)
2. Keep Your Hands off My Baby (Live At The BBC)
3. Money (Live At The BBC)
4. P.S. I Love You (45 giri)
5. Shimmy Like My Sister Kate (Live At The Star Club)
6. Don’t Ever Change (Live At The BBC)
7. Baby It’s You (Live At The BBC)
8. I’m Gonna Sit Right Down and Cry (Live At The BBC)
9. Hippy Shake (Live At The Star Club)
10. Roll Over Beethoven (Live At The BBC)
11. Long Tall Sally (Live At The Star Club)
12. Twist and Shout (Live At The BBC)

Molte delle registrazioni del disco Live At The Star Club sono di bassa qualità, disseminate di note sporche, cosa inusuale per i Beatles. Ma il suono e l’eccitazione mi riportano esattamente ai giorni dei Beatles dal vivo al Cavern.

(Questo articolo, con un diverso contributo finale, è stato pubblicato in Chitarra Acustica, n. 5, agosto 2011, pp. 67-70)

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  Daniele Bazzani

Chitarrista acustico ed elettrico. Insegnante, giornalista.

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